Investire in Risorse Umane nell’era dell’AI? Qualche spunto per il 2026.
Gennaio. Il budget è chiuso, ma il piano d’azione? Quello verrà dopo. Lo sappiamo tutti che non dovrebbe funzionare così, eppure eccoci qui, sempre un po’ in ritardo sulla tabella di marcia.
In questi giorni mi ritrovo spesso a chiacchierare con imprenditori che, conoscendo il mio percorso da Direttore HR e Managing Director di Business School, cercano un’opinione informale. La domanda è sempre la stessa, formulata in modo diverso: “Ha ancora senso investire sulla formazione delle persone quando l’AI può dare tutte le risposte in un secondo?”
È una domanda legittima, ma parte da un presupposto sbagliato.
Certo, l’intelligenza artificiale sta rivoluzionando processi, modificando modelli di business, rendendo obsolete alcune competenze. Ma c’è un punto che nessun algoritmo potrà mai sostituire: la capacità umana di decidere cosa fare, di validare perché farlo, di controllare che il risultato abbia senso. L’AI è potente, ma non è infallibile. E soprattutto, non ha giudizio.
Il 2026 sarà l’anno in cui il lavoro sarà sempre più “aumentato” dall’intelligenza artificiale. Come tutte le grandi rivoluzioni tecnologiche – dalla stampa al vapore, dall’elettricità a internet – cambierà radicalmente lo scenario competitivo. Chi non saprà integrarla nei propri processi sarà semplicemente tagliato fuori dal mercato.
Ma – e qui sta il paradosso interessante – proprio l’avvento dell’AI rende ancora più cruciale investire sulle persone. Perché? Perché la tecnologia amplifica tutto: l’efficienza, ma anche gli errori. La velocità, ma anche le scelte sbagliate. Per valorizzare davvero l’AI servono persone capaci di ripensarsi, sia come individui che come squadre. E questo è un processo profondamente, irrimediabilmente umano.
Ecco perché i processi di facilitazione del cambiamento – individuale, di gruppo, organizzativo – diventano ancora più centrali. Non si tratta di imparare a usare uno strumento. Si tratta di reimpostare il modo in cui lavoriamo, pensiamo, collaboriamo.
Quello che sta davvero entrando in crisi è la formazione come “trasferimento di contenuti”. Le pillole formative, i corsi che replicano informazioni facilmente reperibili, le ore d’aula passate a prendere appunti su nozioni che ChatGPT ti restituisce in tre secondi. Questo sì, non ha più senso.
Quello che ha senso – oggi più di ieri – è sviluppare pensiero critico, capacità di sintesi, intelligenza relazionale. Insegnare alle persone a fare le domande giuste, a riconoscere i bias (propri e dell’AI), a collaborare in modo efficace, a navigare la complessità e l’ambiguità.
La tecnologia non sostituisce le persone. Le sfida a diventare migliori.
Quindi sì, investire in Risorse Umane nel 2026 ha senso. Anzi, ha più senso che mai. Ma investire in modo diverso: meno aule e slide, più laboratori e contaminazione. Meno teoria, più pratica applicata. Meno “sapere”, più “saper essere e saper fare insieme”.
Chi capirà questo avrà un vantaggio competitivo enorme. Gli altri? Saranno in difficoltà e non capiranno il perchè.
